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Lettera del prof. Franco Tagliafierro, scrittore.

Cara Barbara, congratulazioni.
Per i seguenti motivi:
“Riccardo sul lettino d’ospedale le aveva detto, nell’infinita chiaroveggenza dei suoi immensi tre anni e
mezzo… “

Basterebbe una frase lancinante come questa, così esaustiva nella sua poetica sublimità, per trasformare
una storia basata su un indilazionabile bisogno di autoanalisi e su una volontà di fare chiarezza nei propri
rapporti familiari, in un romanzo oggettivamente necessario: un romanzo che da questa frase in poi io ho
letto con accresciuta attenzione aspettandomi altre occasioni di “godimento del testo” (sotto la guida
empatica del vecchio Roland Barthes), ma soprattutto aderendo con ininterrotta complicità alla costruzione
di un linguaggio capace di determinare un “piacere del testo” (v. sopra) ritmato sia dalla rappresentazione
di fatti e comportamenti che dalla riflessione su di essi.

Tale riflessione viene in genere espressa in forma analogica, con i “come” e i “come se” che introducono il
secondo termine di paragone, il quale rivela esemplarmente, anche tramite incisi proverbiali o sapienziali,
la profondità dei sentimenti e dei giudizi sottesi ad azioni e situazioni che altrimenti fungerebbero da
semplici connettivi, più o meno dialogati, tra un episodio e l’altro. Ebbene, sono proprio le analogie
esplicative quelle che mi hanno coinvolto nella dinamica sentimentale della protagonista, quelle che con la
loro precisione concettuale e le loro metafore spesso sorprendenti mi hanno consentito il piacere di cui
sopra, quel piacere che si può ottenere solo se la prosa possiede una sua personalità, ossia una indiscutibile
maturità. E io proprio questa maturità ho riscontrato e assaporato in Persefone balla. Una maturità che
nelle riflessioni ha un valore artistico in sé e per sé, ma che tuttavia sostiene il normale realismo dei gesti,
delle ambientazioni e delle caratterizzazioni dei personaggi, senza il quale un romanzo non entrerebbe in
confidenza con il lettore. Una maturità che allo stesso tempo si manifesta come artefice di una vicenda
umana tutt’altro che facile da narrare.

Logicamente mi è piaciuto il ritratto della protagonista, il suo riconoscersi in un presente, in un qui e ora
estratto dai “dolorosi artigli del passato”. Ho apprezzato in particolare i suoi corpo a corpo con la razionalità
e l’emotività, il suo modo di contemperare l’autoanalisi con l’autoironia, e la fermezza nel definire la
“verità” psicologica della vicenda.

Insomma, un romanzo di esordio che desta ammirazione.

Franco Tagliafierro